Le ruote mobili di Giordano Bruno e l’Intelligenza artificiale generativa
Come è noto, ultimamente, chi si occupa dei processi immaginativi e creativi, si sta confrontando (con i più disparati metodi di alimentazione dei “prompt”) con la cosiddetta intelligenza artificiale generativa, cercando di comprendere come i suoi risultati (sintografia, immagini generate sinteticamente utilizzando l’apprendimento automatico) possono essere ispiranti, possano consegnarci intriganti orizzonti, sfidare le convenzioni e i bias, sappiano stimolare l’esplorazione di nuove idee e concetti a patto, però, che le persone sospendano il loro giudizio e l’approccio verticale della razionalità logica, seguano invece il flusso di idee stimolate che si manifestano spontaneamente, senza cercare di ingabbiarlo in schemi prefigurati gravidi di pregiudizi (Maurizio Goetz). Una riflessione: trovandoci agli albori dello sviluppo dell’intelligenza artificiale nel campo della creatività (aumentata?), possiamo considerare queste immagini artificiali come fonti ispiranti, come prodromo di una proficua simbiosi uomo-macchina? Proviamoci! Ma non si dimentichi che è come essere raggiunti da un flusso stocastico e combinatorio di stimoli: il possibile senso lo dobbiamo costruire noi, a partire da “prompt” (domande) audaci.
Mentre scrivevo quest’ultimo paragrafo mi è venuto alla mente un rimando ad alcuni filosofi del tardo medioevo e del rinascimento. Strani personaggi, alcuni sempre in odore di eresia, che cercavano le logiche attraverso le quali scoprire la lingua (conoscenza) dell’universo attraverso l’arte combinatoria. Mi riferisco a Raimondo Lullo (1232-1315), che immaginava “macchine” inferenziali (ruote concentriche con diverse caselle contenenti concetti che sarebbero poi stati messi in collegamento tra loro per formare un ragionamento. In fondo una anticipazione delle intuizioni “computazionali” di Leibniz) basate sulla logica combinatoria e associativa, in grado di verificare la verità o la falsità di una qualsiasi asserzione, ma anche più audacemente cercava un modello generativo della conoscenza. Fu poi il nostro Giordano Bruno (1548-1600) che riprese i lavori di Lullo integrandoli con l’arte mnemonica e le suggestioni della Cabala. Nel suo De triplice minimo et mensura, un testo ermetico di notevole difficoltà, propose la rappresentazione della Clavis Univesalis, uno strumento, ma meglio definirlo un metodo, che secondo l’ermetico filosofo era adatto alla soluzione di tutte le problematiche della conoscenza e allo sviluppo della creatività. Nel testo Le ombre delle idee Bruno propose il sistema mnemonico-inventivo delle ruote mobili (ruotanti), un sistema che secondo l’autore poteva rintracciare i collegamenti utili tra i possibili infiniti: al centro del meccanismo venivano poste immagini o schemi concettuali, nelle fasce circolari esterne le caselle erano contrassegnate da lettere. Ruotando le ruote si potevano collegare le immagini e i simboli tra loro, generando in tal modo molteplici associazioni. Secondo Bruno attraverso questo sistema si poteva ricordare ogni cosa ricostruendo questi percorsi associativi, mnemotecnica, ma nello stesso tempo si poteva generarne di nuovi, ovvero inventare: il “genio” è colui che scopre associazioni inedite e inusuali. Ho proposto questa divagazione sul tema della creatività perché ho intravvisto un fil rouge che lega le ambizioni e le intuizioni di questi personaggi appena citati con quanto si sta discutendo in ordine alla cosiddetta intelligenza artificiale generativa: insomma la ruota gira sempre. Lascio al lettore ulteriori riflessioni.
Gianni Previdi [2023]
