Innovatore vs Inventore

«La complicazione è una sorta di inquinamento intellettuale che annebbia il pensiero. La complicazione non è un segno di intelligenza, ma di una mente iperattiva affetta da bulimia. Il vero genio e la grande qualità stanno nella capacità di trasformare un problema complicato in una soluzione semplice e concretamente efficace».

Gerry McGovern

 Nelle culture dell’antichità si credeva convintamente che la genialità e la creatività non fossero prerogative dell’essere umano, ma fossero solo a disposizione delle divinità. Sumeri, Babilonesi e Assiri, fondatori di immensi imperi, credevano che gli ispiratori delle loro imprese nel campo militare, nell’architettura, nell’astronomia, nella matematica, nella medicina, ecc. fossero dei dispettosi angeli. Anche più tardi la cultura ellenica proseguiva in questa convinzione.

Nella mitologia greca la scoperta del fuoco era dovuta a Prometeo che in quanto Titano difensore dell’umanità lo aveva sottratto al cielo per consegnarlo agli uomini affinché iniziassero il percorso del progresso. Purtroppo, la trasgressione di Prometeo fu punita da Zeus condannandolo all’eterna sofferenza. La mitologia greca è popolata di tanti altri geni innovatori, Dedalo (in greco significa “abile lavoratore”) con il suo labirinto del Minotauro, Icaro (figlio di Dedalo) che volando troppo vicino al Sole, con delle magiche ali intessute di cera costruite dal padre, cadde impietosamente a seguito della fusione della cera a contatto con il calore della stella.

I Romani, anch’essi ben lontani dall’emanciparsi da questa dipendenza dalle divinità, ritenevano il “genio” colui che era protetto e ispirato da un Ente di natura divina. Ancora, quando l’Impero romano cadde nel V secolo d.C, e si stava entrando lentamente nell’alto Medioevo, la Chiesa Romana raccolse avidamente l’eredità greca e romana, diffidando e condannando qualsiasi esaltazione delle capacità creative e intellettuali dell’uomo, ritenendole una violazione del principio di assoluta dipendenza dell’uomo dal divino. In sostanza, fino a tutto il Medioevo, l’uomo era ritenuto, nella migliore delle ipotesi, il terminale materiale delle idee, delle intuizioni, delle ispirazioni che solo dall’Ente divino potevano generarsi.

Fu solo con il Rinascimento europeo e con l’Umanesimo italiano che il quadro mutò radicalmente: iniziò progressivamente ad attecchire, tra le personalità intellettuali più inclini ed allenate al pensiero critico, l’idea che il genio e la creatività fossero integralmente patrimonio dell’uomo, non certo di entità di natura divina. Le capacità creative e l’inventiva furono sempre più stimolate e incoraggiate, dando un impressionante impulso alla scoperta, alla ricerca, all’invenzione: il potenziale umano si stava liberando dalle catene del pensiero dogmatico che ingabbiava l’energia intellettuale dell’uomo nella dicotomia platonica che lo vedeva come una pallida e imperfetta copia della perfezione divina.

È dentro questo mutato quadro che alcune delle menti più brillanti concepirono nuove concettualità e nuovi dirompenti paradigmi nella tecnica e nella scienza (Leonardo, Galilei e la nascita del metodo scientifico, ecc.), nuovi stili nell’arte (Michelangelo, Botticelli, Raffaello, Tiziano, ecc.), nell’architettura (Brunelleschi, Bramante, Leon Battista Alberti, ecc.), nella letteratura (Dante e l’Umanesimo di Petrarca), nella filosofia (Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, Giordano Bruno, ecc.), nuove urbanizzazioni e nuovi assetti politici (le potenti città-stato come Firenze, Venezia, Milano, ecc.), nell’economia e nella finanza (nuovi mercati, la nascita del sistema bancario grazie alla famiglia fiorentina dei Medici), solo per citare ciò che fioriva in Italia. Negli altri Paesi europei, contaminati dai nuovi fervori intellettuali italiani, possiamo citare Tommaso Moro, Erasmo da Rotterdam, Francesco Bacone, Cartesio, per arrivare a Copernico e Newton, senza dimenticare la stampa a caratteri mobili di Gutenberg. Da notare che molti di questi personaggi disponevano di una plasticità e di una curiosità mentale che li fece interpreti geniali di tante e diverse discipline: Leonardo da Vinci ne è l’esempio indubbiamente più rappresentativo, dove ogni sua idea nascondeva nel profondo un concetto semplice.

Con il Rinascimento intessuto di Umanesimo, l’uomo – con le sue capacità – diventa il protagonista del pensiero filosofico e scientifico, liberatosi dai vincoli medievali, emancipato dalla religione dogmatica e dalla superstizione atavica. In questa epoca si smette di parlare del sovraumano, per cercare invece di capire l’uomo nel suo rapporto col mondo e con la natura, per immaginare un futuro frutto dell’ingegno tutto umano, non più pago dello status quo, nell’umiliante e illusoria attesa di un’improbabile ricompensa in un ipotetico paradiso.

Certo, qui ho solo tratteggiato il fiorire di un nuovo pensiero, di un nuovo modo di vedere e di rappresentare il mondo, di agire sul mondo. La società e le condizioni di vita di buona parte delle persone rimanevano escluse dai benefici di questa rivoluzione culturale, ma è proprio da questa epoca che l’umanità ha iniziato il percorso, arricchito più tardi dalla Rivoluzione francese con i suoi dirompenti e dissacranti principi civili, verso quello che siamo oggi, pur tra tante contraddizioni e ancora preoccupanti rigurgiti oscurantisti.

Ma toniamo a noi e alle nostre imprese, per cercare di apprendere qualcosa dalle vicende del passato appena descritte.

L’Italia potrebbe essere la culla di un nuovo rinascimento, avendo nella sua storia e nel DNA i caratteri dell’inventore, del genio. Fin dal Medioevo l’Italia è stata la terra delle professioni, delle botteghe, a partire da Firenze nel Rinascimento. La stessa Harvard Business Review ha riconosciuto che Firenze fu il prototipo ideale di hub dell’innovazione.

Abbiamo in Italia circa ottanta distretti, solo in Emilia-Romagna (regione dove vivo) abbiamo Sassuolo per la ceramica, Carpi per il fashion, Mirandola per il biomedicale, Bologna e Imola per il packaging, Reggio Emilia per la meccanica di precisione, tra Modena e Bologna abbiamo l’invidiato settore dell’automotive con il suo diffuso indotto, ecc. Ma le PMI (che rappresentano il ricco indotto) faticano a fare innovazione, non tanto di prodotto che sanno fare e bene, quanto nell’individuazione di nuove forme di relazione coi mercati internazionali. Molte PMI sono fornitori di grandi player nel mondo, ma il loro conto economico dipende pericolosamente da pochi e importanti clienti: ma cosa succederà quando anche un solo cliente cesserà di inviare loro gli ordini? Generalmente queste PMI sono aziende senza brand.

Come abbiamo visto con le tecnologie digitali e l’interconnessione, anche il ruolo del “genio” artigiano cambia nelle logiche di customizzazione di massa.

L’artigiano di fatto crea prodotti singolarizzati, iper personalizzati, dove ogni pezzo è un’innovazione rispetto al precedente. E ciò è un plus, che però da solo non fa innovazione di valore. Oltre all’intuizione serve disporre anche dei razionali economico-finanziari per fare vera innovazione che sia di valore, per non scivolare nell’oceano nero.

L’innovatore, a differenza del puro inventore geniale, è quello che declina un’idea, nata da un intuito osservando sul campo in modo non convenzionale le dinamiche di un settore di mercato, in un modello di business che ha disegnato confrontandosi con collaboratori, partner, facendo domande a qualche cliente, verificando la possibilità d’industrializzare il processo di produzione del nuovo prodotto o l’erogazione di un servizio innovativo (Figura 10).

Insomma, l’innovatore non agisce in un esoterico isolamento, come ci racconta l’aneddoto su Archimede. La storia completa è questa.  Gerone II, tiranno di Siracusa, fece costruire da un valente orafo una corona d’oro, a forma di rami intrecciati, per porla a decoro di una statua rappresentante un Dio o una Dea. Tuttavia, quando ricevette la bellissima corona ebbe il sospetto che l’orafo potesse aver sostituito, all’interno della corona, l’oro con l’argento. Per questo il tiranno chiese ad Archimede di verificare se la corona fosse d’oro massiccio oppure se contenesse all’interno il meno pregiato argento.

Ma poiché la corona, di pregevole fattura, doveva ornare il capo di una divinità, era essa stessa un oggetto sacro. Quindi il tiranno pose ad Archimede la condizione che la corona doveva restare integra (oggi diremmo che Archimede doveva sottoporre la corona a un esame non distruttivo).

Archimede trovò l’ispirazione mentre stava entrando nella vasca da bagno osservando che, nell’immergersi, l’acqua traboccava dalla vasca. Da ciò che noi oggi chiamiamo peso specifico (materiali differenti di egual peso occupano volumi differenti), sgorgò l’idea (eureka!) di come poter risolvere il quesito che il Re gli aveva posto: bastava porre in una vasca una quantità d’oro puro di peso pari a quello della corona e poi riempire la vasca fino all’orlo. Quindi bisognava togliere l’oro e immergervi la corona: se vi fosse stato argento, che a parità di peso occupa un volume maggiore di quello dell’oro, l’acqua sarebbe traboccata.

Ora, i tipici caratteri delle PMI bisogna declinarli nei nuovi paradigmi dell’economia di velocità per generare innovazione di valore:

  • Acquisire la cultura dell’errore che significa sbagliare nel più breve tempo possibile; non scandalizzarsi dei fallimenti.
  • Non cadere nel paradosso di Zenone dove Achille non riesce mai a raggiungere la tartaruga: nella progettazione di un’idea approssimare incrementalmente e non cercare la perfezione ideale perché molto probabilmente quando il prodotto sarà perfettamente realizzato sarà anche già superato.
  • Disporre di una metodologia agile che supporti e velocizzi il processo di innovazione, partendo dalla genialità dell’imprenditore (ma anche dei suoi collaboratori).
  • Capire le potenzialità offerte dalla tecnologia digitale per comprendere come declinarla nei prodotti, nel customer service, nel marketing, nei processi e nei momenti di collaborazione, tra le persone dentro i confini organizzativi e con i partner, con gli hub dell’innovazione territoriali e centri di ricerca universitari.
  • Chiedersi sempre se il proprio modello di business (che possiamo tradurre in “così come stiamo facendo le cose”) è ancora sostenibile.
  • Stare con le “orecchie a terra” nelle trincee dei mercati e andare oltre il “già cliente”.

Fonte: Gianni Previdi – Innovation Now – Scuola di Palo Alto -2020

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